SPLICE | Vincenzo Natali | Recensione in anteprima
Proporre un fantahorror ai giorni nostri è sicuramente una prova di coraggio: Vincenzo Natali dopo The Cube, Cypher nel 2002 e Nothing nel 2003, torna sul grande schermo con la voglia di impressionare più che di raccontare una storia che si può solo pensare interessante. Solo pensare perchè la narrazione è frammentaria e involuta.
Ci ha colpito lo sviluppo della trama a compartimenti stagni, accompagnato da eventi ripetitivi, misurabile (forse) anche col cronometro.
Sta per succedere -Succede – Crescita – Pausa – ripeti.
Il pensiero per un secondo è volato alle opere di Damien Hirst, a questo feticismo di potere e alla voglia dell’uomo di sedersi, almeno per un secondo, sulla poltrona di dio (o della natura): questa la cosa più nobile di questo prodotto, dove i colpi di scena inseguiti con tanta veemenza non esplodono praticamente mai.
Ci sarebbe piaciuto vedere una danza sull’errore e la meraviglia, sulla dignità dell’essere umano e il suo rapporto con le biotecnologie, invece ci ritroviamo a ricordare un film sul filo della tensione con alcune scene splatter al limite del sopportabile: il tema non era nè nuovo e nè originale e il film, iniziato sanguinante, muore molto prima della sua ora.
Il punto di domanda più grosso rimane però: perchè questi attori? Perchè Adrien Brody e Sarah Polley nel ruolo di due biotecnologi EmoNerd?
Speriamo nell’acume di qualche nostro lettore per la risposta.
Per lunghi minuti abbiamo pensato che l’unica cosa a girare fosse il motore del proiettore: Splice è stato pensato nel 2000 e realizzato nel 2010, ma questi 10 anni di horror e di evoluzione del cinema sono stati ignorati durante la creazione della pellicola.

